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In diverse località della Val Cesano (Provincia di Pesaro-Urbino e Provincia di Ancona, Marche settentrionali) affiorano, lungo le sponde del fiume, tronchi di conifere che raggiungono i due metri di lunghezza e un diametro di 80 centimetri. Queste conifere sono vissute circa 50 mila anni fa e dovevano dare al paesaggio un aspetto tipicamente alpino. Sono stati i ricercatori del Gruppo NOSE (Nord-Ovest-Sud-Est) dell’Università degli Studi Urbino a fare questa straordinaria scoperta dopo anni di ricerche.
L’importanza dei resti fossili non risiede solo nella loro grande capacità di trasmettere ricordi ma, rappresentando la storia della vita e quella degli ambienti naturali, costituiscono un efficace strumento d’introspezione storica utile per capire il presente e preparare il futuro. Ecco quindi che dietro la spinta emotiva del fatto contingente legato alla scoperta dei tronchi fossili, c’è soprattutto la volontà di recuperare, tutelare e valorizzare questo significativo tassello del grande puzzle della storia evolutiva dei nostri antenati e del nostro ambiente, nonché allo sviluppo della diffusione della cultura tecnico-scientifica e a stimolare l’interesse del cittadini e in particolare dei giovani ai problemi della ricerca e della sperimentazione scientifica.

RISALE A 50.000 ANNI FA, LA SCOPERTA DEL CENTRO DI GEOBIOLOGIA DI URBINO
E dal Cesano affiora una foresta fossile


Un tesoro inestimabile è affiorato, dopo 50.000 anni, dalle acque del Cesano: una foresta di pini silvestri, nascosta sotto spessi strati di ghiaia, sabbia e argilla, è stata riportata alla luce dalla lenta erosione fluviale.
La scoperta scientifica, dopo anni e anni di ricerche, è stata fatta dagli studiosi del Centro di Geobiologia dell’università di Urbino, diretto dal professor Rodolfo Coccioni. "Al momento i resti più significativi di questa “foresta fossile” sono costituiti da tronchi il cui diametro varia tra i 70 e gli 80 centimetri - spiega Andrea Marsili dell’ateneo feltresco - Le radici affondano nei limi e nelle sabbie che rappresentano i sedimenti di antiche piane fluviali. Insieme ai tronchi riaffiorano frammenti, rami e radici che sono stati trasportati e abbandonati durante le piene".
Qual è lo stato di conservazione delle piante?
"La struttura molecolare del legno ha subìto una limitata alterazione chimica: è conservato così bene da poter ancora bruciare".
Ma i pini silvestri sono essenze caratteristiche di un clima più freddo, come si spiega la loro presenza da queste parti?
"La Val Cesano, 50.000 anni fa, doveva essere simile all’attuale area pedemontana alpina, coperta da una rigogliosa foresta di conifere e con temperature medie di qualche grado inferiori a quelle di oggi - sottolinea Andrea Marsili - Il clima era più rigido, ma non si era ancora nel pieno della fase glaciale, quando il bacino del Cesano risentì della temperatura decisamente più fredda. Fu allora che l’estensione della foresta si ridusse, con il fiume costretto ad abbandonare la sua opera di erosione per depositare l’enorme carico di detriti provenienti dal monte Catria, prodotti dall’azione del suo ghiacciaio. I resti della foresta scomparvero sotto spessi strati di sedimenti e soltanto quando la temperatura si rialzò, il Cesano recuperò la sua azione erosiva permettendo nei millenni successivi all’antica foresta di riaffiorare. Nella fredda distesa di conifere pascolavano alci, cervi e bisonti, cibo di caccia per gli uomini primitivi. Questi nostri antenati, i neanderthaliani, si caratterizzano per la loro struttura corporea massiccia e muscolosa, particolarmente adatta al freddo. Numerosi sono stati i ritrovamenti, lungo tutta la valle, dell’industria litica tipica della loro cultura: quella che gli archeologi chiamano mousteriana".
Che cosa si sta facendo per tutelare e valorizzare la “foresta fossile”?
"È operativo da diversi mesi un comitato, composto dai Comuni della vallata e dal Centro di geobiologia dell’università di Urbino, impegnato nelle attività di studio e divulgazione del prezioso tesoro del Cesano".

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